Piccole femmine (come) crescono (?)

Sabato pomeriggio da Zara, a rifornire il pupo di felpe e pigiami, che non ci stiamo più dentro. Nel reparto bambini imperversano tre o quattro bimbe, avranno dai 5 agli 11 anni, che scelgono e prelevano vestiti qua e là. Tutte indossano una specie di divisa: leggings, minigonne microscopiche, golfini sfiziosi, stivali. Tutte hanno fra le braccia leggings, minigonne microscopiche, golfini sfiziosi, stivali. Da portarsi a casa. Non sono ragazzine, sono femmine.

Cerco di ricordarmi il momento in cui sono diventata una femmina, e no, non è stato né a 5 né a 11 anni. Cioè, ero una “femminuccia”, indossavo leziosità controllate, più per la soddisfazione di mamma che per me. Insomma, non somigliavo affatto a queste ragazzine qui.

Sono grandi, queste ragazzine qui. Hanno una consapevolezza del proprio essere di sesso femminile che spiazza. Che spiazza soprattutto chi, come me, ha ricevuto un’educazione sessuale che più o meno è consistita nel monito “adesso devi stare attenta” ricevuto dalla mamma il giorno della prima mestruazione. Poi quelle come me hanno fatto tutto da sole, bene o male chi lo sa, ma senza assistenza.

Per diventare femmine c’è voluto il diventare grandi, l’incontro/scontro col maschile, la costruzione paziente e piena di incidenti di percorso di una consapevolezza di ordine superiore. Quella per la quale abbiamo imparato (qualcuna di noi ha imparato) che la sessualizzazione era un arricchimento e non una sfiga da evitare come la peste o, a prescindere, un peccato.

Queste femmine in formato pocket sono molto lontane da questo stadio di crescita, ovvio, ma l’impressione che danno mentre si aggirano tra gli scaffali del negozio è un’altra.

Per me la scoperta della femminilità è stata faticosa, lunga, fatta spesso con un passo avanti e due indietro. È addirittura stata contraria ai miei principi, in certi momenti, quando la mortificazione dell’aspetto fisico significava dimostrazione di intelligenza, impegno, mente che non ha bisogno del corpo. È passata attraverso cambiamenti radicali di stile di vita, di frequentazioni, di dislocazione fisica, di look. È morta con la maternità (ma la maternità non dovrebbe il momento massimo della femminilità? No, se il mondo si cancella e si riassume nel Figlio) e tornata quando anche tutto il resto stava morendo. È stata il frutto di pensiero e lavoro, di fatica e anche, sì, di divertimento. È una delle sfide di questo blog.

Queste bambine sono figlie di donne come me, della mia generazione, che hanno avuto madri come la mia, hanno studiato come me, fanno lavori come il mio, si arrabattano come faccio io per far stare insieme tutto. Queste bambine come sono femmine? Qual è l’idea alla base della loro diversità dai colleghi maschi? Come si vedono? Ma soprattutto: come crescono? Con quale idea di donna? È una donna come la loro mamma – come me – o una velina, una che sarà ambiziosa e determinata come un (certo tipo di) uomo o una che avrà come massima aspirazione il matrimonio e la maternità? E via così di stereotipi.

La consapevolezza è il valore più grande per una persona: consapevolezza di sé e del mondo attorno, del proprio ruolo e delle proprie visioni. Ho imparato, magari tardi, che la femminilità è un tratto importante per la costruzione della consapevolezza di una donna, e che la femminilità a volte necessita di una stampella, magari bordata di pizzo nero. Non lo vivo più come una caduta di credibilità; lo considero anzi un grande valore, finché la spesa in guepière e in reggicalze non supera quella in libri e (in)formazione.

Ma queste bambine, con la loro sicurezza, le loro minigonne, i loro sandali coi tacchi (!), le loro paillettes, il loro modo spiccio di (mal)trattare i maschi – salvo poi idolatrarne alcuni – queste bambine hanno in loro germogli di consapevolezza o sono solo cuccioli di Barbie?

/G

Ho perso il termometro. Mia figlia va a fare shopping e torna con leggings, minigonne microscopiche, golfini sfiziosi, stivali, ma va verso la seconda laurea, prende l'aereo da sola per Copenhagen o Atene, odia le veline, le escort e le aspiranti tali. Ho perso il termometro della crescita della mia bimba, delle figlie altrui vedo i cambiamenti anno dopo anno, nel fisico e nell'aspetto.
Una sera d'estate, assaporandomi la sigaretta del dopo cena, vedo con mia moglie passare una stragnocca di un metro ed ottanta che ci saluta. Per cortesia rispondo al ciao e subito dopo mi informo da mia moglie: chi è? E' la figlia del tale, ha quindic'anni. Sob! Ho peccato di pedofilia nei pensieri.
Vedo queste bambine quando escono da scuola, cinguettanti e scodinzolanti. L'anno dopo alle superiori sono già altre donne. Le vedo quando scendo in città, l'anno prima con ombelichi e rotoli di ciccia debordanti dai jeans a mezzavita, l'anno dopo con fisici da modelle, leggings, minigonne microscopiche, golfini sfiziosi e stivali che si aggirano fra gli scaffali di Tezenis o Intimissimi fare incetta di pizzi e trasparenze.

Assieme al mondo cambiano anche loro, come sono cambiate tutte quelle prima di loro. Dal portafoglio di mamma e papà passano alla banca, a firmare da sole il prestito d'onore o aprire il proprio conto corrente.
Da bamboline diventano stronzette, quindi stronze, quindi femmine, quindi donne. E' un percorso obbligato. Non dobbiamo avere paura come genitori: faranno le loro esperienze, manderanno affanculo i loro uomini, forse ne sposeranno uno (o più), forse diventeranno madri, e poi nonne, e faranno anche loro le nostre stesse considerazioni.
In questo momento importante è far loro capire che ci siamo, in silenzio ma ci siamo, che non le tempestiamo di sms, ma che se hanno bisogno ci siamo. E, se loro vogliono, risolviamo i loro problemi: che sono un mobile Ikea da montare, uno strappo fino all'aereoporto o il contatto giusto per ottenere l'informazione desiderata.

/M

Altri post che ti potrebbero interessare:

Pubblicato in Costume, Punti di vista | Tagged as: , , , | 1 commento

Una risposta a Piccole femmine (come) crescono (?)

  1. Melete scrive:

    Io non so quando sono esteriormente diventata "femmina". Ho una certezza, però: quella di esserlo sempre stata. Dentro. Perché le curve che ho visto sbucare fin troppo presto non mi hanno spaventata, e nemmeno le prime mestruazioni: fortunatamente, ho avuto un'educazione sessuale ottima, nel senso che la mia maestra, in quinta elementare, organizzò un percorso, durato tutto l'anno scolastico, con una ginecologa, una psicologa e una sessuologa. Sapevo che cosa mi stesse succedendo. Quello che mi dava fastidio era che se ne accorgessero anche gli altri. Uno dei primi obiettivi nella mia vita, quello che ricordo essermi data molto presto, è stato l'essere coerente, e la coerenza, a volte, col cambiamento non va d'accordo. 

    Faccio parte della prima generazione di bambini coi cellulari, con i game boy e i pantaloni a vita bassa. Per me, vedere le mie compagne di classe voler diventare a tutti i costi donne, e sapere, guardando le mie curve che io nascondevo sotto maglie enormi, sentendo i miei pensieri, quelli che sapevo nascere da tutti i libri che adoravo leggere, che quelle ragazzine erano bambine che si atteggiavano a donne, era un trauma. Io non le capivo. Io ero una donna che si atteggiava a bambina. Non era per me socialmente accettabile, sapendo che cosa rappresentassero, avere i seni formati, peli pubici e ascellari e brufoli a 10 anni, eppure era così, e lo detestavo con tutte le mie forze, perché non potevo nasconderlo. Non volevo mettermi il reggiseno, nonostante avessi già una seconda abbondante, per non assomigliare alle mie amiche senza seno che giravano coi "top". Sono sempre stata un'amazzone. 

    Quando, a 14 anni, cominciavo a pensare che sarei rimasta sola a vita, per la prima volta ho vissuto un "amore" ricambiato. È stata una storia che mi ha insegnato tantissime cose, ma, soprattutto, ha ucciso la vecchia me, la donna che voleva restare bambina. È stato allora che ho cominciato ad accettare la mia quarta di reggiseno, fino a quel momento detestata. Qualcuno mi aveva amato per com'ero, e non per come, secondo i miei canoni che avrebbero voluto vedermi muscolosa e priva di forme (un uomo, praticamente), avrei voluto essere. Qualcun altro avrebbe potuto amarmi di nuovo, se io per prima mi fossi amata. Ed è stato così che ho cominciato a comprare le prime scarpe col tacco, i primi vestiti aderenti, i primi reggiseni col ferretto (avevo già una quarta, ma mi ostinavo a usare top elasticizzati). I primi trucchi. Quando ho imparato ad accettare che la mia femminilità, che fin da bambina mi ero sentita dentro, si vedesse anche fuori… Be', è stato allora che sono diventata donna. Non nel senso di donna matura, cosa che penso ancora di non essere, ma di donna in potenza, che fa quello che può per diventare quello che vuole. Ecco, io credo che, alla base del diventare donna, ci sia un'esperienza di dolore: dolore nell'accettare una sessualità crudele in una società crudele. Ci sono molte persone che invecchiano senza diventare donne, o diventando spettri di donne… Credo che il compito della società e dei genitori sia fare sì che questo non accada, e che tutte le bambine diventino, a modo loro, donne.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong> <font color="" face="" size=""> <span style="">

© 2011-2012 Letti Gemelli All Rights Reserved -- Copyright notice by Blog Copyright